Ayrton Senna - MARRELLA S.p.A. GRAND PRIX ENGINEERING RACING TEAM F1

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Ayrton Senna

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Oggi, 21 marzo, Ayrton Senna avrebbe compiuto 54 anni. Google gli dedica il doodle. Omaggio alla vita e alla carriera di un campione che ha segnato un'epoca in Formula 1. Il ricordo del maledetto weekend a Imola nel 1994

Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere" diceva. E Ayrton Senna, che oggi avrebbe compiuto 54 anni e a cui  Google ha dedicato il doodle, è morto quando ha smesso di sognare. Il Senna mistico, il pilota che parlava con Dio, la morte ce l’aveva dentro da qualche settimana prima della curva del Tamburello. Temprato da 22 incidenti, aveva irrobustito i muscoli delle spalle non per vezzo estetico, ma per provare a salvarsi il collo. Il tricampeao, il re della pioggia, stava diventando ingegnere, capiva i punti deboli delle monoposto, intuiva i rischi anche prima degli ingegneri e dei meccanici. Ma come tanti che sanno guardare molto più in là, non veniva ascoltato. Non è soddisfatto delle Williams: due ritiri nelle prime due gare della stagione. Sta male, la macchina non è come l’aveva sognata.

MALEDETTO WEEKEND - È incupito, Senna. Il venerdì, dopo le prove libere, è andato a controllare di persona il punto dell’incidente del suo pupillo, Rubens Barrichello, uscito di pista con la sua Jordan e trovato privo di sensi alla variante bassa. Il giorno dopo, va a piedi sul luogo di un altro incidente, costato la vita al pilota austriaco della Simtek, Roland Ratzenberger. È incupito. Sente che quelle non sono tragiche fatalità, che il progresso della Formula 1 mette i piloti, sempre più fragili, sempre più esposti, dentro scatole lanciate a 300 all’ora verso l’ignoto, verso il pericolo, in nome dell’adrenalina, dell’eccitazione, dello show. Trascorre la sua ultima notte in una camera d’albergo, la Suite 200 dell’Hotel Castello di Castel San Pietro Terme, alle prese con il lutto ancora recente. Fa i conti con se stesso, con il suo percorso, con le decisioni da prendere in fretta per la sua vita. Ha dedicato tutto se stesso alle corse cercando una pace, di abbreviare l’agonia, di dimenticare la paura, anche quella della morte, e non per la sua fede in Dio, come disse Prost in una frase tanto celebre quanto velenosa. Telefona alla sua fidanzata, Adriana. «Era molto depresso e nervoso: aveva un brutto presentimento e voleva rinunciare alla corsa. Addirittura era tentato di chiudere per sempre con le gare».  «Prima della partenza, era strano, diverso» ha detto l’amico Celso Fratini. «Se c’è una cosa che mi ha colpito è questa immagine che io ho davanti agli occhi. Lui che se ne stava fermo, con le mani appoggiate sull’alettone posteriore, lo sguardo perso sulla macchina, come se l’accarezzasse, senza dire una parola, per tre, quattro minuti. Sembrava che sentisse qualcosa, che temesse qualcosa». Si può solo immaginare, intuire se sentisse ancora, se temesse ancora qualcosa all’inizio del settimo giro del GP di Imola, quando si trova in testa alla gara. Prima che il braccetto della sospensione gli si conficcasse nel casco, alle 14.17. Prima che un paese intero, oltre al popolo sterminato di suoi tifosi, piangesse la morte del più grande, dichiarata a Bologna alle 18.40. Ucciso dal piantone dello sterzo che aveva modificato e allungato la notte prima della gara. «Era stato malamente saldato a circa un terzo della distanza dal volante e non poteva resistere alle sollecitazioni della corsa», sostiene il professor Enrico Lorenzini, dell’università di Bologna, che ha guidato l’equipe di otto periti incaricata dell’inchiesta. «Abbiamo scoperto graffi all’altezza della linea di rottura: come se qualcuno, alla svelta, avesse cercato di lisciare la saldatura. Il piantone, in genere, è in un pezzo solo. Ma per soddisfare le richieste di Senna era stato diviso in due parti di diametro diverso e poi saldato a circa 23 cm dal volante, con la parte più sottile del piantone verso il pilota. Per unirla alla parte di diametro maggiore era stata fatta una giuntura saldata al tubo più piccolo. È lì che si è verificata la rottura».

MORTE DI UN SIMBOLO –  Senna era il pilota “toda gioia, toda bellezza”, il simbolo dell’energia vitale di un Paese straordinario e pieno di contraddizioni. Come Pelé, portava l’allegria e teneva alto il nome del Brasile. «Si è rotto lo specchio dove ci vedevamo nel primo mondo» annuncia il tg brasiliano, all’ora di pranzo. Da tutto il Brasile, arrivano in pellegrinaggio nella sua casa di Sao Paulo per dare l’ultimo omaggio, l’ultimo abbraccio, ai frammenti di specchio. La famiglia, però, non c’è: la madre Neide e il padre Milton hanno guardato la gara in tv nella fazenda di famiglia a Tatuì, nelle campagne di Sao Paulo. Hanno assistito in diretta tv alla morte di un figlio, di un’icona, di un simbolo. Ucciso alla curva Tamburello, la stessa dove anni prima aveva rischiato la vita il suo rivale Nelson Piquet, che non contiene l’emozione, il dolore. “E’ un’ ingiustizia”, ha detto con un filo di voce subito dopo l’incidente. “La fatalità, l’ imponderabile hanno agito in questo fine settimana nel quale le Parche del destino hanno volato liberamente” ha scritto in un commento su un giornale.





 
 
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